La nascita di un Mito
Massimo Bordi sviluppò la sua tesi di laurea attorno al progetto di una termodinamica con induzione a quattro valvole per cilindro con distribuzione desmodromica per un motore con raffreddamento ad aria. Era un bel progetto, con geometria delle valvole di poco superiore a 40°, alberi a camme in posizione adeguatamente decentrata per assicurare un adeguato passaggio d'aria di raffreddamento nella zona della candela, bilancieri a dito, di apertura, e a forchetta, di chiusura, infulcrati all'esterno, sempre per la stessa ragione. L'unico handicap di questa configurazione, lo si può vedere chiaramente nella riproduzione del disegno che accompagnò la tesi di laurea, fu la configurazione non perfettamente rettilinea, e con ingresso tangenziale sul fungo delle valvole, del condotto di aspirazione.
Massimo fu voluto in Ducati da Taglioni, che lo aveva assistito nella elaborazione della sua tesi, e del quale, in pratica, divenne quasi subito il braccio destro. il sodalizio si incrinò quando, dalla fase teorica, Bordi cominciò a fare pressioni per passare alla fase pratica della realizzazione del suo ardito progetto. Ma quando due forti personalità tecniche, appartenenti a due correnti di pensiero di due generazioni diverse, vengono a confronto, qualche scintilla è inevitabile.
Bordi, nello sviluppo dei suo progetto, ebbe la fortuna di trovarsi al fianco un collaboratore di grandissima qualità e dedizione: Luigi Mengoli. Bordi è stato, fin dagli inizi della sua carriera in Ducati, un manager di modernissima scuola, nel quale si riuniscono le doti dei progettista, dell'imprenditore e del sagace leader di uomini, dai quali sa trarre sempre il meglio. E così è stato nel caso di Gigi Mengoli. I due hanno formato una accoppiata vincente: la lucidità e lungimiranza ingegneristica di Bordi, da un lato, e la creatività e competenza meccanica di Mengoli dall'altra, che in più ci ha messo la sua grande maestria nel disegno tecnico. Se la testa del Ducati 851 Otto Valvole Desmo è quel magnifico e altamente performante gioco di orologeria svizzera che è, lo si deve al lavoro e alla dedizione dei due, che si sono concentrati nella ricerca della soluzione più funzionale, affidabile, efficiente da tutti i punti di vista.
E non è che un progetto del genere sia nato in una notte di chiaro di luna. Mengoli ha realizzato tre serie di disegni, prima di arrivare a quello definitivo: in fondo non è neanche tanto, ma bisogna dire che Bordi aveva idee chiarissime in testa e Mengoli le ha sapute interpretare magistralmente trasformandole in un ricamo di cinematismi agili, essenziali, precisissimi. il lavoro ha avuto inizio nei primi mesi del 1986. Alla vigilia dell'estate il prototipo prendeva già forma. Era un 748 cc, il Solito 88 X 61,5 del 750 F1 e, quindi, del Paso, una entità nota in mezzo a tante incognite. il limite viene rispettato, in primo luogo, perché in casa c'è già molto di quello che serve per fare un motore, e poi perché si vuoi fare esordire il propulsore al Bol d'or dei settembre successivo, sia pure con estrema cautela, in sordina, per andare a tastare il terreno in un confronto estremamente significativo, con il meglio delle moto da competizione derivate dalla serie. il propulsore viene provato al banco per circa 150 ore senza accusare lo sforzo e mostrando potenze attorno ai 100 HP netti alla ruota. Questo prototipo incorpora già tutti gli aggiornamenti tecnologici che caratterizzano da sempre l'Otto Valvole Desmo Ducati, a cominciare dalla iniezione elettronica Weber. La termodinamica sviluppata attorno al concetto originale è molto avanzata, con valvole poste, ad un angolo incluso di 40°, Come sui Cosworth di FI. Le valvole di aspirazione hanno diametro di 32 mm, quelle di scarico di 28 mm.
il corpo farfallato ha un diametro di 46 mm al venturi e dispone di un solo inietttore. Il motore, rispetto ai primi studi è passato decisamente al raffreddamento a liquido in quanto era impensabile poter operare, con la dovuta affidabilità e costanza di rendimento, con i carichi termici generati da un rapporto di compressione di circa 11: 1 ricorrendo al tradizionale raffreddamento ad aria. inoltre le norme omologative stavano già diventando sempre più stringenti in tutto il mondo per quanto riguardava i limiti delle emissioni sonore, e il liquido di raffreddamento che circola attorno a teste e cilindri è anche, un eccellente coibente fonoassorbente. il telaio era basato in larga misura sul disegno strutturale della unità sviluppata per il 750 F1 ufficiale, con la sezione centrale allargata per poter meglio ospitare i corpi farfallati posti al centro del V. La moto completa fu pronta praticamente alla vigilia del Bol d'or, cui partecipò quasi in incognito, mantenendosi in buona posizione fino alla quattordicesima ora, quando un bullone di biella cedette mettendo fine all'avventura. Come sempre l'esperienza sul campo vale più di tutta la ricerca teorica di questo mondo e Bordi e i suoi appresero da quella sortita un sacco di cose importanti per mettere meglio a fuoco il progetto finale, quello che avrebbe dato vita al favoloso 851 Otto Valvole Desmo. Il prototipo fu pronto nel settembre dell'anno dopo. La moto aveva ancora la carenatura in lamiera di metallo che sarebbe servita per ricavarne lo stampo per quelle di serie, in fiberglass.
Era in rosso integrale e disponeva del propulsore già nella cilindrata definitiva, cioè con l'alesaggio maggiorato a 92 mm e la corsa incrementata a 64 mm, per la cilindrata effettiva di 851 cc da cui la moto avrebbe preso il nome. il sistema di iniezione disponeva già dei corpi farfallati con i doppi iniettori, mentre il sistema di scarico assomigliava molto, anche nei brutti silenziatori a bottiglia, a quello del Paso.
Il rapporto di compressione era di 10,5:1 e le valvole erano rimaste nelle misure precedenti di 32 mm all'aspirazione e 28 mm allo scarico. La Casa annunciava una potenza di 102 HP a 8250 giri, lorda all'albero, mentre quella effettiva alla ruota doveva essere tra 85 e 90 HP. La coppia massima, sempre nella rilevazione all'albero, era di 8,9 kgm a 8000 giri un regime molto elevato e vicino a quello di potenza massima, a confermare che il motore aveva ancora bisogno di affinamento, ma che comunque, con quelle cifre, doveva essere considerata già sulla strada giusta. Il telaio manteneva lo schema a traliccio in tubi ereditato dai modelli precedenti e consolidato dal ricorso ad una serie di triangolazioni che rendevano la struttura più rigida. I tubi principali erano da 25 mm, mentre quelli sussidiari erano da 22 mm. La sospensione anteriore era affidata ad una forcella Marzocchi M1R con canne da 42 MM, mentre la sospensione posteriore era del tipo full floater, con monoammortizzatore centrale Ohlins. Il primo 851 aveva ruote da 16" con pneumatici nelle misure già viste sul Paso 750: 130/60 16 all'anteriore e 160/60 16 al posteriore. La differenza fondamentale era che qui si era usato il canale corretto per il pneumatico anteriore, cioè un 3.50/16 e non l'improprio 3.75/16 del Paso 750 e del 750 Sport. Dal punto di vista geometrico, il telaio dell'851 manteneva una stretta correlazione più con la tradizione Ducati che con la nuova generazione delle ciclistiche di Massimo Tamburini e, anche in questo caso, c'è da chiedersi per quale ragione a Borgo Panigale non si siano avvalsi della consulenza del grande tecnico Riminese, visto che quella che stava prendendo forma era chiaramente destinata a divenire la più importante delle loro realizzazioni, una moto fondamentale per il futuro, sia commerciale che agonistico, della Casa. La geometria di sterzo presentava un angolo di caster di 27° 30' con un’avancorsa di 105 mm. L’interasse, di 1430 mm, vedeva la ruota anteriore piuttosto avanzata rispetto ad una teorica posizione di massimo arretramento verso la testa del cilindro orizzontale, per cui la distribuzione dei pesi, a moto scarica con un peso a secco dichiarato in 180 kg, era del 47/53 fra anteriore e posteriore, e passava ad un 44/56 in ordine di marcia con pilota a bordo. Come si vede non era certo una distribuzione dei pesi ottimale in base alle conoscenze che già allora erano a disposizione dell'ingegneria telaistica. La cosa migliore del telaio della 851 stradale era l'altezza della linea di sella, a 760 mm da terra, e la funzionalità generale delle sospensioni. Dal punto di vista strutturale, il telaio presentava una caratteristica abbastanza estrema: era integrato dal motore in soli due punti di attacco, l'anteriore e il posteriore/superiore, con il forcellone che, quindi, risultava fissato solo al carter del motore stesso, che veniva a svolgere conseguentemente una funzione portante ancora più significativa di quella usuale.
Il motore 851 OVD continuava ad essere basato sul carter del Pantah, ma solo relativamente al disegno generale e all'ingombro longitudinale di massima. in effetti esso era stato largamente rivisto nella struttura per poter far fronte all'incremento di cilindrata e, soprattutto, a quello di potenza e per convertirsi, ovviamente, al raffreddamento a liquido. il carter era stato allargato e irrobustito, in modo da accogliere, fra l'altro, il nuovo cambio a sei marce, con interasse fra l'albero primario e, il secondario incrementato per poter maggiorare il diametro degli ingranaggi, un nuovo alternatore di maggiore potenza e la pompa per la circolazione del liquido di raffreddamento. Alla base di ogni cilindro, inoltre, è stato installato un piccolo ugello per proiettare un getto d'olio all'interno del cielo dei pistone, in modo da ottenere un miglior raffreddamento di questo organo fondamentale del motore. Le bielle hanno il fusto con sezione ad H, tipo le americane Carillo, già usate in precedenza in alcuni motori da competizione e in prototipi, ma sono fornite dall'austriaco Pankl, ovviamente mantengono l'interasse di 124 mm del 750 F1, per cui, rispetto alla nuova corsa di 64 mm realizzano un rapporto leggermente inferiore a 2:1 ancora accettabile dal punto di vista dell'efficienza meccanica e dell'equilibramento delle forze di second'ordine del bicilindrico a V di 90°. La termodinamica è stata ulteriormente affinata e i condotti di aspirazione presentano un profilo a dir poco perfetto, che garantisce una efficienza volumetrica elevatissima a tutti i regimi. il sistema di iniezione elettronica IAW della Weber, di tipo a numerico, mappato e integrato da una serie di sensori che consentono un efficace range di correzione in tempo reale, con il variare delle condizioni di impiego. L'unità di controllo elettronico è di tipo ancora alquanto massiccio, ma l'affidabilità, a parte qualche problema di connessioni, è elevata e, soprattutto, la gestione integrata di accensione ed iniezione appare estremamente efficiente. In pista l'851 OVD mette in mostra qualità prestazionali impressionanti: la progressione del motore toglie il fiato, è una esperienza emozionante in quanto riunisce il meglio tradizionalmente identificato col frazionamento bicilindrico, e cioè la gran botta di coppia ai bassi e medi regimi, con il meglio ugualmente identificato col frazionamento su quattro cilindri, cioè una capacità di ruotare a regimi elevatissimi: è infatti possibile tirare i 10000 giri col motore che spinge ancora molto forte, mentre la risposta in potenza inizia già ad almeno 4000 giri se non ancora più sotto. La velocità di punta sfiora i 240 km/h e il rombo prodotto dal sistema di scarico "a quadrivio" è magnifico per tonalità ed intensità. Il telaio, forse per qualche limite di messa a punto nella taratura dell'ammortizzatore posteriore, mostra qualche incertezza e oscillazione sul veloce, mentre appare agile e ben disponibile nelle curve strette, dove si arriva facilmente a strisciare con il ginocchio per terra ( ma è un merito relativo visto che la linea di sella è piuttosto bassa ), e poi anche con le staffe, e a questo punto la situazione rischia di farsi imbarazzante perché insorge il timore di poter piantare qualche cosa di rigido per terra e con questa anche le proprie natiche. Lunico vero problema che si può ascrivere alla ciclistica 851 è quello relativo al comportamento dell'avantreno in frenata, in ingresso di curva. L'ampia sezione del 130/60 16 radiale anteriore, anche se montato sul canale di larghezza corretta, disegna a terra una impronta così vasta da creare una contro reazione che rispedisce al mittente, cioè il cinematismo dell'avantreno, tutta la rilevante coppia frenante e sterzante originata dal fatto che il pilota frena a moto inclinata. La conseguenza, sgradevole, è che l'avantreno cabra subitaneamente e punta verso l'esterno della curva, per cui bisogna lavorare forte di polsi e di avambracci. Alcuni mesi dopo, nel 1988, arrivano gli esemplari della prima serie, nella loro livrea tricolore che ripropone uno schema che aveva contribuito al successo del 750 F1. La moto è bella, patriottica e conferma ampiamente le grandi doti prestazionali, e i limiti della ciclistica.
La Ducati produsse un primo lotto di 30 851 OVD che, in pratica, furono realizzati a mano e destinati a selezionati clienti Ducati, sia collezionisti che piloti. Da queste moto fu ricavata subito una versione da competizione affidata a Marco Lucchinelli che ci corse il Campionato Superbike 1988 finendo quinto dopo aver vinto una sola gara, a Zeltweg. L’esperienza raccolta con la moto di Lucchinelli si trasformò, come sempre è accaduto in Ducati, prima in un kit Racing e quindi in una serie di Replica destinate ai clienti piloti. Nel 1988, quindi, nasce la prima 851 Superbike Racing, con cilindrata maggiorata a 888 cc tramite l'incremento dell'alesaggio da 92 a 94 mm. il rapporto di compressione è, incrementato a 11,2: 1, le valvole hanno diametro di 33 mm all'aspirazione e 29 mm allo scarico. La Casa annuncia una potenza di 118 HP alla ruota a 10500 giri, con un peso, a secco, di soli 155 kg. Il telaio, invariato nella struttura, presenta una serie di affinamenti geometrici, il più vistoso dei quali è costituito dalla adozione di ruote con cerchi da 17 su cui sono montati radiali slick da 120/60 17 e da 180/6717 rispettivamente all'anteriore e al posteriore. il maggior diametro delle ruote da 17 e l'adozione di una sospensione posteriore leggermente rialzata, per ridurre l'angolo di caster di quella anteriore, comporta un innalzamento della linea di sella, mentre l'avancorsa risulta incrementata a 125 mm sia in ragione del maggior diametro della ruota che per l'adozione di piastre con avanzamento di 30 mm, che a loro volta comportano un accorciamento dell'interasse a 1425 mm. La moto presenta una distribuzione dei pesi, a secco, esattamente del 50/50 e, anche in pista, dimostra ben altra competenza di guida. L'impianto frenante è potenziato con l'adozione di dischi anteriori da 300 mm in luogo di quelli originali da 280 mm. Si tratta, ovviamente, di unità Brembo in combinazione con le quali fanno la loro comparsa le prime pinze a quattro pistoni della Casa di Paladina.
E' l'inizio di una escalation che vedrà la Ducati accentuare ancora di più la sua vocazione a rendere disponibili al pubblico le esperienze raccolte in pista. il meccanismo del travaso è molto lineare: dalla moto ufficiale a quella Racing per i privati, da questa alla Sport Production stradale e, quindi, al modello di base, le cui qualità prestazionali hanno ugualmente continuato ad incrementarsi nonostante i limiti imposti dalle norme omologative. E' Così che la Ducati, con grande lungimiranza e saggezza gestionale, costruisce la leggenda 851 e, quindi, 888. Già nel 1989, ad esempio, la 851 Strada si presenta con pneumatici da 17 in misura 120/70 17 all'avantreno e 180/55 17 al retrotreno. L’assetto del telaio è stato progressivamente e silenziosamente modificato riducendo l'angolo di caster a 24° 30' e, l'avancorsa a 94 mm, fermo restando l'interasse a 1430 MM. La distribuzione dei pesi non è ancora l'ottimale, ma le qualità di guida della moto sono radicalmente migliorate. L’impianto frenante passa a doppi dischi anteriori da 320 MM, mentre nel 1990 arrivano le forcelle a steli rovesciati ed un ulteriore affinamento dell'assetto con la potenza che, al momento, rimane sostanzialmente inalterata, anche se profondamente mutata la curva di erogazione, con la coppia che ora è molto più progressiva ai regimi inferiori. Nel 1990 La Ducati 851 Racing vince, con Raymond Roche il suo primo titolo mondiale Superbike. E' un titolo serio, indiscutibile, conquistato di fronte alla più qualificata concorrenza mondiale, un titolo che segna l'inizio della vera epopea del bicilindrico otto valvole Desmo di Bordi & Co. La storia si ripete nel 1991, questa volta ad opera di Dough Polen, che fa suo anche il titolo 1992. La Ducati 851, che ormai è ufficialmente chiamata 888 e va in corsa con motore di cilindrata effettiva di poco superiore a 900 cc, salta solo l'appuntamento del 1993. Nel 1994 il titolo è di nuovo suo, con Carl Fogarty, anche se in co produzione con il nuovo 916. In questi anni il progetto 851 888 non ha mai cessato di essere affinato e migliorato. E' un merito enorme che va ascritto alla direzione tecnica di Massimo Bordi che ogni anno ha saputo proporre aggiornamenti sempre estremamente efficaci e puntuali che hanno portato il prodotto Ducati 888 OVD ad una qualità globale perfettamente testimoniata proprio dalla ultima edizione del 1994, prima che l'888 cedesse definitivamente il testimone al 916, dopo una breve coabitazione. L'ultima edizione del propulsore in versione rigorosamente stradale aveva ricevuto le valvole maggiorate da 33 mm all'aspirazione e 29 mm allo scarico, un rapporto di compressione di 11: 1 ed un assetto di telaio superbamente bilanciato, sempre fermo restando il valore dell'interasse di 1430 mm. in questa edizione il propulsore, silenziato a livelli di buona legalità per quasi tutte le legislazioni europee, forniva una potenza che la Casa annunciava in 110 HP all'albero, e che alla ruota non erano certo lontani dal magico limite dei 100 HP netti. La 888 Strada '94 superava, infatti, i 250 km/h di velocità massima con doti di accelerazione fulminanti. L'assetto della ciclistica era stato affinato nella taratura delle sospensioni riportando su questo modello quelle delle precedenti versioni Sport Production e racing, senza risparmiare nella qualità dei componenti. Una aggiunta importante, sia pure neppure rilevabile ad occhio nudo, fu rappresentata dalla adozione di perni ruota da 25 mm in luogo dei precedenti da 20 mm. Ne sortì, soprattutto all'avantreno, un comportamento ancora più preciso e affidabile, una risposta finissima, sempre perfettamente calibrabile in quanto lo scambio di informazioni fra pilota ed avantreno era costante ed assolutamente in tempo reale.
 
Testi e Foto tratti dal libro: Ducati Power di Bruno de Prato  ed. 1995

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